Dal congresso 2004
Ente Formatore
Nel pomeriggio si è aperta la terza sessione "La persona nel processo formativo", coordinata dalla Prof.ssa Maria Raugna. Qui, accanto a me la professoressa Raugna, docente ISFAR-Post Università delle Profressioni e membro del Consiglio Direttivo ANPEC.
- Su cosa vertono i lavori della terza sessione?

- La terza sessione è rivolta all'aiuto che il pedagogista clinico, in quanto specialista preparato a favorire nuove modalità di relazione, può offrire alla famiglia, alla genitorialità, alla coppia, alla scuola e quindi a soggetti di ogni età, bambini, adolescenti e docenti coinvolti nella creazione di nuovi percorsi educativi.
- In che modo la pedagogia clinica può entrare nelle scuole e soprattutto nelle famiglie?
- Il pedagogista clinico può, su progetto, procedere ad una diagnosi degli stati di difficoltà e di disagio degli allievi e aiutare i docenti nell'individuare i percorsi educativi più adatti. Nell' ambito della famiglia l'intervento è teso a favorire nuovi modelli di comunicazione fra genitori e figli e armonizzare i loro rapporti. Si tratta di aiutare i genitori ad osservare, accogliere ogni bambino in ogni fase del suo percorso, dai bambini del nido, alle elementari, all'adolescente e al giovane adulto, creare in questo modo un filo di ascolto, di scambio, di armonizzazione dei rapporti che dal microcosmo familiare hanno una ricaduta su tutta quanto la società.
- Si parla sempre più spesso di sportelli di ascolto, ci vuole spiegare che cosa sono e come il pedagogista clinico può intervenire?
- Partiamo dal presupposto che l'ascolto è uno dei principi basilari della pedagogia clinica, oggi si parla tanto di capacità di ascoltare; spesso noi udiamo, ma non ascoltiamo, ciò che è importante è che la persona venga favorita a trovare dentro di sé tutte le risorse che spesso sono latenti e che il pedagogista clinico attraverso l'utilizzo di particolari metodi aiuta a portarle in superficie.
Uno dei lavori che ha riscosso maggior successo è quello del prof. Mauro Carboni dedicato alla Musicopedagogia nell'assessment pedagogico clinico.
- Professor Carboni, lei si occupa di musicopedagogia, è un termine che richiama assonanze, somiglianze, con altri termini che sono la pedagogia musicale e la musicoterapia, ci spiega quali sono le differenze e quali le peculiarità della musicopedagogia?
- Una differenza fondamentale è che Musicopedagogia non è una terapia ma un metodo che fa parte della pedagogia clinica. Si tratta di un intervento, di una prassi fondamentale educativa, che non è pedagogia musicale, nel senso che non si pone degli obiettivi di tipo didattico disciplinare, le persone non vengono ad incontrare il pedagogista clinico per diventare abili nel fare musica, viceversa musicopedagogia diventa uno strumento dove il musicale, l'esperienza sonora è mediazione per aiutare la persona ad affrontare disagi, difficoltà, quindi è uno strumento fondamentale comunicativo-relazionale.
- Quali sono le persone alle quali è indirizzata la musicopedagogia?
- È rivolta a tutti, nel senso che non va a designare determinati target in termini di patologie, ma a tutte le persone che nell' ambito pedagogico clinico possono usufruire di un aiuto sonoro-musicale idoneo a stimolare la comunicazione e la relazione. Da questo punto di vista quindi non ci sono né limiti di età, né problematiche definite, ma una attenzione rivolta alle necessità della persona.
- In che modo interviene la musicopedagogia nella osservazione pedagogica dell'individuo?
- Il termine specifico sarebbe assessment. cioè osservazione e conoscenza della persona. La musicopedagogia permette di accedere ad aspetti proiettivi anche profondi, alle problematiche non comunicabili in maniera mediata.
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