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-Questa figura professionale a
cui Lei ha dato vita quanto può aiutare le nuove generazioni
nell’occupazione?
Le professioni autonome intellettuali, abbandonando
la logica del “lavoro dipendente”, stanno cambiando
in profondità la società e sono un cospicuo patrimonio,
una ingente risorsa soprattutto per i giovani poiché
dischiudono potenzialità notevoli per l’occupazione.
Il successo di questa professione vede la quotazione
di mercato assai salita, ciò dimostra che un sistema
socio-economico che intende muoversi verso uno sviluppo
reale non può fare a meno di arricchirsi di ulteriori
professionalità. La nostra è una professione che attrae
i laureati più motivati e con chiari obiettivi, che
vogliono andare oltre gli studi facili e inutili,
per un impegno formativo che unico possa offrire loro
adeguatezza professionale.
-Mi sembra di capire che la formazione del pedagogista
clinico sia assai impegnativa.
In Italia, come in tutto il mondo non c’è più
spazio per delle formazioni libresche, per percorsi
brevi e facilitati o addirittura per corrispondenza.
Il pedagogista clinico deve essere un laureato con
laurea specialistica a cui si deve aggiungere un’ulteriore
formazione triennale post-universitaria che gli dovrà
permettere di acquisire quei metodi e quelle tecniche
che lo distinguono e che sono proprie ed esclusive
di questo specialista.
-Gli iscritti all’Albo professionale dell’Associazione
trovano occupazione?
La serietà della formazione voluta dall’ANPEC ha permesso
ad oltre 1300 pedagogisti clinici di acquisire un
patrimonio di conoscenza e di esperienza che non poteva
mancare l’obiettivo dell’occupazione, ciò che viene
dimostrato dal numero degli studi, centri e atelier
che sono stati aperti dai pedagogisti clinici e dalle
attività perseguite con progetti e convenzioni con
enti pubblici e privati.
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