Sono trascorsi trenta anni da quando il movimento
degli ortopedagogisti, composto da persone laureate
in lettere, filosofia, sociologia o pedagogia, che
avevano maturato una certa professionalità, grazie
alla ricerca e all’esperienza acquisita sul campo,
nel fronteggiare i problemi di soggetti in difficoltà,
si riunì a Firenze presso il Cenacolo Antiemarginazione,
con il preciso scopo di mettere a punto un percorso
formativo adatto a quanti, dopo la laurea, intendevano
svolgere la professione di ortopedagogista. Io ero
alla guida di questo movimento e si decise di accogliere
presso i nostri centri di recupero i laureati che
avessero fatto richiesta di una personale formazione.
Le abilità professionali dell’ortopedagogista erano
ampiamente riconosciute sia in Europa che in alcuni
paesi extraeuropei dove i metodi e le tecniche per
aiutare i soggetti in difficoltà erano però rivolti
solo al bambino scolaro, mentre noi in Italia ci
proponevamo di fronteggiare i disagi di persone
di ogni età e, in ragione delle abilità professionali
raggiunte, occupavamo posti dirigenziali sia come
dipendenti che a convenzione di istituti pubblici
e privati, oltre a godere di una certa fama nel
lavoro autonomo. Mentre ci impegnavamo nella formazione
di altri laureati, provvedevamo altresì a specializzarci
frequentando corsi specifici sia presso scuole francesi
che italiane. A tutto questo fermento culturale
e formativo si aggiungeva la continua e costante
ricerca che veniva realizzata nei nostri Centri
di recupero, opportunità di conoscenze e di esperienze
che ancora ci guidano e che negli anni Settanta
offrirono l’occasione per importanti partecipazioni
a convegni e congressi.
Il termine “ortopedagogista” oggi può essere visto
come poco espressivo e di scarso interesse, mentre
allora il prefisso “orto” era assai comune, basti
pensare a voci quali “ortofonia”, “ortografia” e
ancor più a “ortofrenia” e “ortofrenici”, da cui
sono derivate le Scuole Magistrali