Ortofreniche, dove noi ortopedagogisti
insegnavamo, e avevamo il compito istituzionale
di formare gli insegnanti ortofrenici, definiti
in seguito a una nuova normativa “specializzati”.
L’appellativo di ortopedagogista nella metà degli
anni Settanta, nonostante l’importanza che aveva
assunto, cominciò a essere considerato anche da
noi obsoleto così, in una riunione di magistero
nel nostro Cenacolo, proposi di sostituirlo con
quello di “pedagogista clinico” e di chiamare “pedagogia
clinica” la nuova scienza. Quest’ultimo termine
ebbe un immediato successo tanto che divenne il
titolo della rivista dell’Associazione Nazionale
delle Scuole dei Corsi di Specializzazione (già
Scuole Magistrali Ortofreniche), la quale, successivamente,
con la chiusura di queste Scuole cessò le pubblicazioni.
Essa, tuttavia, non si atteneva alla nostra accezione
di “clinico”: aiuto alla persona di ogni età e al
gruppo, ma contribuì ugualmente, grazie al suo nome,
a suscitare interesse sulla nuova disciplina. Negli
incontri presso il Cenacolo Antiemarginazione, tenutisi
nei mesi di maggio e giugno 1976, ci proponemmo
con sempre maggior accanimento di ampliare le conoscenze
e le abilità della nuova figura professionale del
pedagogista clinico. Una genesi del sapere e del
saper fare che richiedeva di non adagiarsi nella
pigrizia mentale, ma di prendere su di sé la fatica
di formulare concetti nuovi o innovativi e di renderli
comprensibili, di verificare la validità di nuovi
metodi e nuove tecniche, guardando al di là della
superficie, dell’esperienza empirica, per cogliere
gli aspetti nascosti che spesso contraddicono l’ovvia
e usuale apparenza. La grande novità non fu rappresentata
dunque solo dalla diversa terminologia adottata
per la nuova scienza, ma dall’esemplare concretezza.
to procedeva, scoprivamo di essere perfettamente
in grado di raccogliere, capire e valutare ogni
tipo di informazione e di saperla convenientemente
orientare verso questa nuova disciplina e questa
nuova categoria professionale.